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	<title>Paolo Caselli &#187; Rubrica dello Psicologo non Convezionale</title>
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		<title>Norman Doidge: parole che nutrono la mente!</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Sep 2016 08:37:53 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Al rientro dalle ferie estive molti di noi sono carichi di energia e di nuove idee pronte ad essere trasformate in progetti da realizzare. Personalmente mi ritengo molto fortunato, in primis perché ho trascorso dei giorni piacevoli e appaganti in compagnia della mia splendida moglie e inoltre perché le nostre giornate estive sono state accompagnate da alcune letture decisamente arricchenti. E qui vengo alla mia idea che in questo momento si sta trasformando in un semplice, ma spero apprezzabile, progetto: condividere e segnalare libri interessanti.  Ovviamente l&#8217;aggettivo interessante rimanda subito al dominio della soggettività. Sono ben consapevole che ciò che può risultare interessante per me può non esserlo per un&#8217;altra persona, ma sono altrettanto consapevole che per poter discriminare occorre conoscere. Inoltre, cosa ancor più importante, il mio desiderio di condividere letture che ritengo interessanti non ha nessuna finalità orientativa bensì esclusivamente divulgativa. In poche parole: non voglio consigliare libri, ma solo segnalarli, nella speranza che qualcuno possa provare le emozioni che ho provato io nel leggerli e il senso di arricchimento derivante dalla loro lettura.</p>
<p>Ma veniamo a noi! Il libro che voglio segnalarvi oggi è: <em><strong>Il cervello infinito</strong></em><strong> </strong>di Norman Doidge. Non sto a dilungarmi nella descrizione del libro vi dico solo che non è un romanzo ma un saggio. Un saggio straordinario che parla di persone, di pazienti neurologici e delle sorprendenti capacità del loro cervello di modificare se stesso per migliorare la propria condizione. Un libro che parla con passionalità e in modo avvincente di neuroplasticità, di psicologia, di neuroscienze, di ricerca clinica, ma, soprattutto, parla di vita. Delle vite dei neuroscienziati che non si sono arresi d&#8217;innanzi all&#8217;<em>inguaribile</em>, e hanno dedicato la loro carriera allo studio del cervello e delle modalità per poterlo stimolare affinché riveli le sue straordinarie e infinite capacità; delle vite dei pazienti, persone immense che hanno avuto il coraggio e la forza di non mollare mai e di lottare ogni giorno per la propria salute. Tutte persone incredibili che, come lo stesso Doidge, ci forniscono un esempio nutriente di come si possa superare l&#8217;apparente impossibile e vivere in ogni momento sorprendendosi delle straordinarie potenzialità degli esseri umani.</p>
<p>Non vi dico più nulla se non che il libro che ho deciso di segnalarvi oggi è il motivo per cui ho deciso di iniziare a segnalare letture arricchenti all&#8217;interno della mia rubrica. Cosa dirvi ancora? Che decidiate di leggere <em>Il cervello infinito </em>o meno, non dimenticatevi mai di nutrire la vostra mente, perché il vostro cervello è in costante evoluzione e necessita di continuo nutrimento!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Dott. Paolo Caselli &#8211; lo psicologo non convenzionale </em></p>
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		<title>Passione, affetti e lavoro?  Si può fare!</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Apr 2016 12:16:07 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Chi mi conosce sa cosa significhi per me lo sport. Pratico attività fisica da sempre e la mia grande passione per le pratiche sportive mi ha condotto fino alla psicologia dello sport e al lavoro in ambito sportivo. Non sto ad elencare le molteplici ragioni che alimentano il mio amore per lo sport, ma ci tango a raccontare la più recente e intensa soddisfazione che unisce amore, lavoro e sport!</p>
<p>Io e mia moglie condividiamo ormai da diverso tempo la pratica del running, ma, fino a qualche mese fa, correvamo senza nessun obiettivo particolare se non quello di goderci qualche ora di sana e arricchente attività sportiva insieme durante la settimana. Nelle scorse festività natalizie, in uno dei nostri piacevoli allenamenti al parco, mia moglie mi guarda e se ne esce con una decisa affermazione seguita da una stimolante richiesta: “voglio correre una mezza maratona! Mi prepari?”. Inizialmente sono rimasto un po’ sorpreso, ma quasi immediatamente ho sorriso e mi sono imbarcato in quella che si prospettava un’eccitante avventura. L’entusiasmo è stato il primo attore a presentarsi sulla scena ma successivamente è comparsa anche la parte maggiormente razionale che mia ha portato a interrogarmi sulla possibilità di incappare in momenti di tensione coniugale. Non che io sia un runner navigato, ma qualche mezza maratona fa già parte del mio bagaglio d’esperienza e da buon mental coach sapevo benissimo che la prima variabile con cui confrontarsi è la gestione della fatica. Ero certo di voler essere io a condurre mia moglie tra le fauci del dolore fisico e mentale? Era davvero saggio rischiare di diventare il ricettacolo della possibile aggressività di una moglie sottoposta allo sforzo intenso?</p>
<p>Ebbene, ha vinto l’entusiasmo! Ci ho creduto! Ho messo insieme la mia breve esperienza sul campo con un po’ di conoscenze scientifiche sulla preparazione mentale dell’atleta e ho strutturato un programma di allenamento specifico per mia moglie! Obiettivo? Mezza maratona!</p>
<p>La faccio breve: ho affiancato mia moglie in ogni allenamento e, come ben sa chi ama la corsa, ho raccolto molto più di quanto abbia seminato! L’esordio di Valentina alla Scarpa d’Oro di Vigevano è stato un successo: 1 h 40’ 5’’, premiata 3° di categoria! Inutile parlarvi della soddisfazione. Da quel giorno abbiamo iniziato a gareggiare insieme in altre manifestazioni ed è stata un’escaltion di piacere e successi personali. Non ci sono parole per esprimere la gioia di un avventura che coniuga affetto, passione e lavoro se non un immenso grazie a mia moglie che, con la sua vitalità, la sua pazienza e la sua determinazione, mi ha permesso di vivere questo splendido capitolo di vita ricco di straordinarie emozioni condivise.</p>
<p>Oggi so cosa rispondere a chi mi domanda se è possibile coniugare passione, affetti e lavoro: si può fare!</p>
<p>Il segreto? Crederci!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Dott. Paolo Caselli &#8211; lo psicologo non convenzionale </em></p>
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		<title>Un&#8217;unica e fondamentale dimensione: l’uomo</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Mar 2016 15:23:17 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il corpo e la mente non sono due cose separate e distinte, essi sono più vicini di quanto noi immaginiamo. Ogni variazione degli indici fisiologici corporei, infatti, ha inevitabilmente un effetto a livello psicologico. L’uomo non è definibile secondo lo schema S &#8211; R, stimolo – risposta, come erroneamente ritenevano i padri fondatori del comportamentismo, bensì mediante il paradigma S- E &#8211; R, stimolo – elaborazione &#8211; risposta. Qualsiasi stimolo che giunge alla nostra attenzione andrà incontro a un automatico e immediato processo di elaborazione, antecedente a qualsivoglia possibile risposta. L’alterazione di un indice fisiologico causerà, dunque, una risposta dipendente dall’elaborazione soggettiva, dalla valutazione cognitiva personale. Proviamo ad esempio a pensare a un soggetto che sta facendo una passeggiata in montagna e improvvisamente avverte l’accelerazione del battito cardiaco. La percezione della variazione del ritmo del cuore, ovvero l’alterazione di un parametro fisiologico, genererà una reazione emotiva strettamente dipendente dalla valutazione soggettiva di tale percezione. Sarà probabilmente causa di ansia per chi nel proprio processo elaborativo attiverà determinati pensieri ansiogeni quali: “<em>ho la tachicardia, non sto bene”</em> o <em>“potrebbe venirmi un infarto”</em>. Genererà, invece, l’attivazione di stati d’animo meno penosi in chi assocerà l’alterata frequenza del battito con pensieri positivi tipo: <em>“sto faticando molto, brucio molte calorie”</em>, <em>“rinforzo il cuore</em>”.</p>
<p>A questo punto potete meglio comprendere quanto sia importante lo stile cognitivo di una persona per la sua salute. Come abbiamo visto lo stile cognitivo, influenza, attraverso i processi valutativi, l’elaborazione dello stimolo. D’innanzi al medesimo evento, infatti, l’elaborazione soggettiva determina l’insorgenza di stati d’animo positivi o negativi. E siccome la mente e il corpo sono in costante comunicazione, tali stati d’animo sono a loro volta responsabili della qualità e della variazione degli indici fisiologici. Se è vero, infatti, che la modificazione dei parametri del corpo influenza la nostra emotività a causa delle nostre valutazioni, è vero anche che le nostre emozioni modificano la fisiologia del corpo generando variazioni biochimiche associate ai nostri vissuti. La chimica cerebrale, come molti di noi sanno, è in gran parte responsabile della variazione degli stati fisiologici ed è influenzata dai nostri stati d’animo. Alcuni neurotrasmettitori come serotonina, noradrenalina e dopamina sono responsabili di numerosi effetti sulla nostra salute e la loro concentrazione ematica viene influenzata dalle emozioni. Attraverso i neurotrasmettitori ubiquitari le emozioni arrivano al corpo così come le sensazioni del corpo arrivano alla nostra coscienza condizionando lo stato emotivo.</p>
<p>Come vedete l’antica suddivisione semantica mente e corpo, grazie alle odierne evidenze scientifiche, lascia spazio ad un&#8217;unica e fondamentale dimensione: l’uomo. Se volgiamo avere un ruolo attivo nella nostra salute dobbiamo prendere coscienza che è necessario aver cura della dimensione uomo nella sua totalità. È indubbiamente importante prestare attenzione all’alimentazione, prendersi cura del proprio aspetto fisico, non trascurare uno stile di vita sano, ma non dobbiamo dimenticarci della nostra mente! Come abbiamo visto se non prestiamo attenzione ai nostri atteggiamenti cognitivi rischiamo di collezionare emozioni negative anche d’innanzi a situazioni tutt’altro che stressanti e il nostro corpo inevitabilmente ne risente. Pressione arteriosa, frequenza cardiaca, concentrazione di cortisolo, acidosi metabolica, tensioni muscolo scheletriche, sono solo alcune delle variabili biologiche influenzate dai nostri stati emotivi.</p>
<p>La prossima volta che vi capita di riflettere sul vostro stile di vita pensateci! Nella lista dei buoni propositi ricordatevi di lasciare uno spazio per la cura degli atteggiamenti mentali, dello stile cognitivo, poiché da esso dipende la vostra valutazione degli eventi quotidiani. Da quest’ultima poi dipendono le vostre emozioni e da queste la tanto ricercata e ambita salute.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Dott. Paolo Caselli &#8211; lo psicologo non convenzionale </em></p>
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		<title>Pedalata resiliente: la forza mentale del ciclista professionista</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Feb 2016 15:30:50 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>In questo 2016 ricco di appuntamenti sportivi emozionanti si svolgerà anche il 99° Giro d’Italia, con le sue 21 tappe spalmate su 3481,8 km, che gli intrepidi corridori affronteranno, pedalata dopo pedalata, regalando ai numerosi fan intense emozioni. Pensando a questi uomini straordinari la nostra mente ci porta subito a pensare alle sorprendenti capacità fisiche degli atleti. Tuttavia, <strong>i grandi campioni</strong> del passato, intervistati dopo essersi meritati la maglia rosa, <strong>fanno spesso riferimento alle variabili mentali</strong> come aspetti discriminanti tra colui che arriva in testa alla corsa e chi invece è costretto a tagliare il traguardo con alcuni minuti di ritardo.</p>
<p>Ma quali sono queste variabili mentali? Prima fra tutte<strong>: la resilienza</strong>.</p>
<p>La resilienza, dal punto di vista psicologico, <strong>rappresenta la capacità di perseverare</strong>, di mantenere alto il livello di motivazione nonostante le difficoltà e le fatiche che s’incontrano nel perseguire un obiettivo. <strong>Non coincide con la motivazione</strong>. Se proviamo a pensare a un ciclista professionista, risulta ovvio che abbia un elevato livello di motivazione, non sarebbe arrivato dov’è se non fosse altamente motivato. Eppure la motivazione è costantemente messa alla prova dalle fatiche e dalle avversità che ogni tappa porta con sé. L’atleta vincente è colui che non molla, che è in grado di mantenere salda la sua motivazione anche quando questa vacilla sotto i colpi della fatica. È colui che dispone di un elevato livello di resilienza.</p>
<p>Ma da cosa dipende la resilienza? La <strong>resilienza è collegata alla</strong> <strong>self efficacy</strong>, al senso di efficacia personale, <strong>che è strettamente dipendente dalla valutazione cognitiva</strong>.</p>
<p>Mi spiego meglio: generalmente siamo portati a credere che sia la natura degli eventi che viviamo a condizionare il nostro stato emotivo, tuttavia, l’aspetto che maggiormente influenza il nostro stato d’animo è il modo in cui valutiamo ciò che viviamo e non l’evento in sé. Pensiamo a un ciclista che sta affrontando una lunga salita facente parte di una tappa del giro. Improvvisamente si accorge che la distanza tra la sua bici e quella del corridore che lo precede aumenta di alcuni metri. La reazione emotiva e il conseguente comportamento di quest’atleta, non dipendono dall’evento in sé, l’aumento della distanza, ma da come lo valuterà. Se, ad esempio, interpreterà tale distanza come il segnale di una sua incapacità a tenere il passo, molto probabilmente, il vissuto d’inadeguatezza prenderà il sopravvento e il suo passo rallenterà ulteriormente. Se, al contrario, valuterà tale distanza come un segnale di sfida che non può trascurare, aumenterà l’intensità della pedalata andando a riprendere, e magari a superare, l’avversario che lo precede.</p>
<p>La <strong>valutazione cognitiva</strong>, influenzando l’emotività, <strong>ha ripercussioni concrete anche dal punto di vista biochimico</strong>. <strong>Emozioni e pensieri modificano la fisiologia del corpo attraverso i neurotrasmettitori ubiquitari</strong>. Un’emozione negativa, come quella conseguente alla svantaggiosa interpretazione della distanza dell’avversario sopracitata, ha effetti negativi anche a livello neurovegetativo come, per esempio, la vasocostrizione dei vasi periferici che riforniscono di ossigeno le fibre muscolari. Comprenderete, dunque, quanto possa essere deleterio per un atleta attuare una valutazione cognitiva di un evento, piuttosto che un’altra. Come vi dicevo, <strong>la valutazione cognitiva influenza la percezione di efficacia personale che, a sua volta, influenza la resilienza psicologica</strong>. Dalla forza di quest’ultima dipendono poi le valutazioni cognitive stesse. È un circolo vizioso che può rivelarsi altamente positivo oppure deleterio per la carriera sportiva di un ciclista professionista. Sapete qual è la cosa interessante?  <strong>La resilienza si può potenziare</strong>!</p>
<p><strong>Attraverso uno</strong> <strong>specifico percorso di mental training</strong> si può lavorare sulle rappresentazioni cognitive alla base delle valutazioni negative, in modo da modificare quest’ultime e renderle maggiormente funzionali. Si può <strong>migliorare il livello di consapevolezza del Sé per incrementare la self efficacy</strong> e potenziare la resilienza personale.</p>
<p>Lo stile cognitivo è molto importante, nella vita di tutti i giorni e in una tappa del Giro d’Italia mentre si affronta un avversario in una dura salita. Come dicono i grandi campioni vestiti di rosa, le variabili mentali fanno la differenza. Probabilmente questi atleti vincenti avevano capito una cosa importante. Avevano compreso che <strong>per vincere devono allenare mente e corpo</strong>, devono <strong>prendersi cura dell’uomo nella sua straordinaria complessità di variabili corporee e mentali</strong>. Solo così, lavorando e allenandosi in modo globale e consapevole, è possibile trovare la propria <strong>pedalata resiliente</strong> e lanciarsi trionfante verso il traguardo.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Dott. Paolo Caselli – lo psicologo non convenzionale</em></p>
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		<title>Donna Moderna: l&#8217;ultima piacevole sorpresa del 2015</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2016 17:59:04 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il 2015 mi ha regalato un&#8217;ultima piacevole sorpresa! Qualche giorno fa, curiosando un po&#8217; sul web, mi sono accorto che il mio nome compariva associato ad un articolo del giornale <em>Donna Moderna</em>. Inizialmente mi è parso piuttosto strano, ma dopo pochi attimi si è accesa una lampadina nella mia memoria e sul mio volto è spontaneamente comparso un sorriso di autocompiacimento.</p>
<p>Non ricordo tutt&#8217;ora il mese preciso, ma potrei azzardare che si trattasse all&#8217;incirca di fine anno 2014. Ricevetti la telefonata di una giornalista di Donna Moderna che mi chiedeva la disponibilità per una breve intervista. Sostanzialmente ricercava il parere dell&#8217;esperto, da lei definito <em>psicoconsigli</em>, circa possibili strategie da utilizzare per aumentare le probabilità di successo nella realizzazione dei propri obiettivi. La giornalista in questione si chiama Valentina Ferri ed è l&#8217;autrice dell&#8217;articolo <em>Come chiedere ciò che vuoi dal 2015</em> in cui compare una piccola parte della mia intervista. Qui di seguito il link contenete la citazione che mi riguarda:</p>
<p><a href="http://m.donnamoderna.com/salute/anno-nuovo/2015-chiedi-cio-che-vuoi/photo/Chiedi-con-fiducia">http://m.donnamoderna.com/salute/anno-nuovo/2015-chiedi-cio-che-vuoi/photo/Chiedi-con-fiducia</a></p>
<p>La cosa curiosa è che Valentina non mi ha mai ufficializzato la pubblicazione della mia intervista per cui io, convinto che la mia fosse una delle tante interviste fatte e non certamente la più probabile in termini di pubblicazione, ho dato per scontato che la nostra interazione fosse terminata con la chiusura della telefonata. E invece no! Agli inizi del 2016 scopro casualmente che le mie parole, seppur in modo stringato e adattate al taglio dell&#8217;articolo, sono state pubblicate sulla testata on line di Donna Moderna. L&#8217;ultima piacevole sorpresa del 2015!</p>
<p>Ho voluto condividere con gli amici che mi seguono questo momento perché a parer mio racchiude un semplice ma incisivo messaggio: c&#8217;è sempre una piacevole sorpresa dietro l&#8217;angolo, per tutti noi, ma per trovarla bisogna cercarla. Intendo dire che nulla arriva se non siamo alla ricerca di qualcosa. La mia sorpresa è arrivata perché stavo testando la mia visibilità sul web con l&#8217;intento di migliorarla nel corso di questo, appena giunto e tutto da vivere, 2016. Come recitano le prime parole della mia intervista sull&#8217;articolo di Valentina Ferri, <em>è fondamentale un atteggiamento attivo!</em> Questo è ciò che auguro a tutti voi per questo 2016: un atteggiamento attivo! Solo così, cercando di adoperarci costantemente per migliorare noi stessi e la nostra condizione, con positività e dinamismo mentale, possiamo sperare di raggiungere i nostri obiettivi in questo nuovo anno. E perché no? Magari ci potremo imbattere in qualche piacevole sorpresa &#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Dott. Paolo Caselli &#8211; lo psicologo non convenzionale </em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>EXPO, nutrizione e mente: piacere del cibo o abbuffate compensatorie?</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Oct 2015 08:47:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Expo 2015 sta volgendo al termine. Negli ultimi mesi è stato l’indiscusso protagonista della scena italiana con i suoi maestosi padiglioni e con il suo slogan eloquente: Nutrire il pianeta. Energia per la vita. L&#8217;alimentazione, la nutrizione, riguardano ovviamente tutti noi, tutto il pianeta &#8220;uomo&#8221;. C&#8217;è un aspetto, però, nella nostra alimentazione che più di]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Expo 2015 sta volgendo al termine. Negli ultimi mesi è stato l’indiscusso protagonista della scena italiana con i suoi maestosi padiglioni e con il suo slogan eloquente: <em>Nutrire il pianeta. Energia per la vita</em>.</p>
<p>L&#8217;alimentazione, la nutrizione, riguardano ovviamente tutti noi, tutto il pianeta &#8220;uomo&#8221;. C&#8217;è un aspetto, però, nella nostra alimentazione che più di ogni altro ci accomuna e che ci rende unici rispetto alle altre specie animali. Sapete qual è? La mente.<br />
Le nostre facoltà mentali ci consentono di rapportarci al cibo non solo in relazione al bisogno fisiologico dell&#8217;alimentazione. Se ci pensate, nei paesi economicamente sviluppati, la maggior parte dei pasti non viene consumato in relazione al bisogno di alimentarsi. Il desiderio di provare piacere con qualcosa di gustoso, la necessità di socializzare attraverso momenti conviviali, la spinta creativa che ci porta a sperimentarci in cucina alla ricerca di nuovi sapori, sono tutti aspetti che fanno parte di noi, del nostro essere mentali, e che ci portano a relazionarci al cibo trascendendo la mera componete del bisogno. E fin qui tutto scorre nel senso del piacere e del benessere. Sfortunatamente, però, il piacere non è l&#8217;unico attore che si affaccia sulla scena dell&#8217;alimentazione umana. Il cibo è spesso utilizzato come mezzo di contrasto di emozioni sgradevoli. Il senso di solitudine, gli stati d&#8217;ansia, la tristezza  e molte altre sfumature emotive vengono spesso gestite attraverso uno scorretto rapporto con il cibo. L&#8217;espressione &#8220;fame nervosa&#8221; è divenuta oggi alquanto famigliare. Ecco che il cibo, elevato dalle facoltà mentali  a portatore di piacere diviene, a causa delle stesse, strumento per contrastare il dispiacere. La gioia della tavola lascia spazio alle abbuffate compensatorie, che si rivelano dannose per il corpo, ma anche per la mente, poiché ci restituiscono un senso d&#8217;insoddisfazione generale sul nostro modo di essere. Ma come possiamo gestire questo impulso, che spesso avvertiamo come automatico e al di fuori del nostro controllo? La risposta è semplice. Dobbiamo prenderci cura di noi.<br />
La nostra mente, le nostre emozioni, così come il nostro corpo, vanno nutrite. E, come abbiamo visto, il nutrimento per l&#8217;uomo non consiste esclusivamente nel soddisfacimento del bisogno. Abbiamo bisogno anche di altro. La nostra mente è come il cibo. Se si desidera mangiare in modo sano occorre dare considerazione a ciò che si mangia e al modo in cui lo si mangia. Allo stesso modo, se si desidera raggiungere un benessere psicologico soddisfacente è necessario avere consapevolezza di ciò che desideriamo e di ciò che temiamo. Le nostre emozioni, che spesso ci spingono ad alimentarci in modo frenetico e nervoso, sono lo specchio del rapporto con noi stessi. Un rapporto di cui bisogna prendersi cura se si vuole raggiungere una piacevole armonia. Come? Con i giusti strumenti, attraverso un opportuno training mentale che ci porti ad accrescere la consapevolezza di noi stessi e a migliorare la visione che abbiamo di noi. Solo così, coltivando la propria interiorità, si possono raccogliere frutti sani e nutrirsi con piacere. Riflettiamoci. L&#8217;EXPO 2015 ci sta salutando, ma l&#8217;&#8221;energia per la vita&#8221; è sempre alle porte. Cosa vogliamo portare sulla nostra tavola?</p>
<p>Una cosa è certa: se non volgiamo abbuffarci nervosamente dobbiamo nutrire anche la nostra mente!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Dott. Paolo Caselli &#8211; lo psicologo non convenzionale</em></p>
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		<title>L’emozione continua: 3 medaglie d’oro e 2 d’argento</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Aug 2015 10:41:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Caselli]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo la splendida prestazione del mondiale che lo ha inserito nel girone dei più forti al mondo con il 7° miglior tempo, Edoardo Chierini ha lasciato la sua impronta anche ai Campionati Italiani che si sono conclusi ieri all’Idroscalo di Milano.  E che impronta! Ha gareggiato in 5 differenti specialità conquistando in ognuna i gradini più alti del podio. Più precisamente: ha conquistato la medaglia d’argento nel K4 1000, la medaglia d’oro e il titolo di campione italiano 2015 nel K1 500, l’oro nel K4 200, l’oro nel K2 200 e infine ha concluso con una medaglia d’argento nel K1 200. Cosa dire? Chapeau!</p>
<p>La cosa più sorprendente non sta solo nel fatto che è stato eccellente in ogni disciplina in cui ha gareggiato, ma, soprattutto,  nell’essere riuscito a mantenere un rendimento costante nonostante il gran numero di gare disputate nei tre giorni in cui si sono svolti i campionati. Dovete sapere che ai Campionati Italiani ogni atleta deve affrontare, per ogni disciplina in cui gareggia, la gara di qualificazione, la semifinale e infine, se le prime hanno esito positivo, la finale. Questo implica che se un atleta, il primo giorno dei campionati, gareggia in una disciplina e l’esito delle prime gare è buono, dovrà disputare 3 gare in un giorno. I successivi due giorni dovrà affrontare le medesime fatiche in relazione alle discipline in cui si cimenta. E se all’ultimo giorno dei campionati, con alle spalle le gare affrontate nei giorni precedenti, l’atleta, come nel caso di Edoardo, è iscritto a tre discipline differenti? Fate voi i conti! Vi dico questo, non solo per elogiare le sorprendenti doti atletiche di Edoardo, ma anche per farvi capire quanto lavoro fisico e mentale deve sostenere un atleta a certi livelli. Quando li vediamo sul campo di gara, agili e potenti, ci sembra tutto semplice. Fanno volteggiare la loro pagaia con eleganza e la barca sembra slittare sull’acqua con estrema facilità. Ma nulla è semplice! Un atleta deve affrontare mesi di duri allenamenti e lavorare con disciplina cercando di coniugare i vari impegni della vita con la dura legge dello sport. E il giorno della gara deve confrontarsi con la fatica fisica e con quella mentale. Anche mentalmente, infatti, il bagaglio dell’atleta è tutt’altro che leggero. Le aspettative personali, le pressioni degli allenatori e delle federazioni, il desiderio di riuscita, il timore di deludere le persone che credono in loro, il sapore della competizione, sono solo alcune delle variabili che un atleta di livello nazionale deve affrontare e sostenere nel tempo.</p>
<p>Se iniziamo a guardarla da questa prospettiva, in modo un po’ meno superficiale, possiamo renderci conto di quanto sia straordinaria l’impresa di Edoardo. Con alle spalle un Campionato del Mondo, affrontato soltanto una settimana prima, si è imposto ai Campionati Italiani dimostrando un’eccellente forza fisica e mentale ed emozionando tutti coloro che, come me, hanno avuto il piacere di assistere alla sua impresa. Che dire di più? Complimenti campione!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Dott. Paolo Caselli – lo psicologo non convenzionale</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Raccontarsi a suon di passi: il potere terapeutico del camminare</title>
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		<pubDate>Tue, 19 May 2015 15:21:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Caselli]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Camminare è un gesto semplice, automatico, eppure, come denuncia l’organizzazione mondiale della sanità, siamo sempre più statici. In un pianeta in cui le tecnologie e i comfort ovattano la nostra esistenza, sono sempre più rari i momenti in cui ci concediamo di fare quattro passi. Ciò che ci sfugge non è solamente il tempo da dedicare all’atto del camminare, ma la consapevolezza di quanto, tale semplice gesto, sia positivo per il nostro benessere fisico e psicologico. Ce lo insegna la storia: siamo nati per camminare. L’intera evoluzione dell’uomo si è edificata sulla possibilità di spostarsi nello spazio per lunghe distanze, alla conquista di nuovi territori da esplorare. Ma c’è qualcosa in più rispetto al semplice spostarsi. Camminando si entra in contatto con se stessi. Il ritmico alternarsi dei piedi, l’accellerazione del battito cardiaco, l’aumento della frequenza respiratoria e dell’ossigeno nel sangue, sono le condizioni che rendono possibile il raggiungimento di uno stato psicofisiologico ottimale per sentirsi, per entrare in sintonia con il corpo e con la mente. Fateci caso. Senza citare i numerosi artisti e filosofi che hanno attribuito all’arte del camminare un potere illuminante, potete constatare personalmente, attinggendo nelle stanze dei vostri ricordi, quanto una semplice passeggiata caratterizzi i momenti piacevoli, attimi carichi di emozioni positive. Già! Non è un caso che all’atto del camminare si associno condizioni psicologiche piacevoli. Come vi dicevo, fare quattro passi stimola la variazione di alcuni indici fisiologici, tra cui l’aumento di ossigeno nel sangue, che creano le condizioni ideali per l’aumento del pensiero creativo e l’espressione di emozioni positive. E se ai quattro passi aggiungiamo il parlare di sé? La risposta è semplice: si sperimenta il potere terapeutico del camminare.<br />
Questa consapevolezza mi ha portato a introdurre, tra le attività che svolgo, un nuovo metodo di lavoro:<b> <i>la consulenza psicologica itinerante</i></b>. Ho pensato, sulla scia di tali consapevolezze, di fornire alle persone che svolgono un percorso con me l&#8217;opportunità di sperimentare un nuovo modo di raccontarsi. La consulenza psicologica itinerante sovverte lo schema classico del setting psicologico; si passa da una posizione statica a una dinamica e si creano le condizioni per entrare in contatto con se stessi in modo fluido e spontaneo. I risultati? Decisamente positivi! Un passo dopo l&#8217;altro la persona esprime le sue emozioni e interagisce con me avvolta da un armonico ritmo, generato dall&#8217;andatura del cammino. Le tensioni si sciolgono e il dialogo scorre in modo naturale. È come se, attraverso la spontaneità di un gesto automatico e famigliare, le catene del controllo mentale si allentassero lasciando libero il soggetto di esprimere i propri sentimenti. Se ci pensate, è curioso: la complessità delle sovrastrutture psichiche viene inibita da una semplice e basica azione motoria. Parlare di se stessi mentre si cammina sembra più semplice, più naturale.<br />
E allora, perché no? Raccontiamoci a suon di passi &#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Paolo Caselli &#8211; lo psicologo non convenzionale</em></p>
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		<title>L&#8217;insegnamento del monopattino</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Feb 2015 10:20:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Caselli]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Due bambini, una giovane madre e tre monopattini. Questo ludico terzetto mi è balzato agli occhi alcuni giorni fa mentre stavo guidando la mia automobile per le vie di Milano. Erano all’incirca le otto e un quarto del mattino quando la mia attenzione è stata catturata da questa affascinate scena di vita: una mamma sorridente]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Due bambini, una giovane madre e tre monopattini. Questo ludico terzetto mi è balzato agli occhi alcuni giorni fa mentre stavo guidando la mia automobile per le vie di Milano. Erano all’incirca le otto e un quarto del mattino quando la mia attenzione è stata catturata da questa affascinate scena di vita: una mamma sorridente inseguiva i suoi figli conducendo energicamente un monopattino. Ovviamente i bambini, nonostante indossassero lo zaino di scuola, si destreggiavano abilmente e costringevano la giovane donna a faticare per tenere il passo. Attorno a loro il traffico milanese creava una cornice di rumori e frenesia, ma l’energia vitale che sprizzava dai volti dei tre intrepidi pattinatori sembrava isolarli da tutto il resto. A questo punto vi starete probabilmente chiedendo dove voglio arrivare. Tuttavia, prima di giungere al dunque, devo fare un’inevitabile premessa che ci porta all’interno dei processi di pensiero del genere umano: le facoltà cognitive.</p>
<p>L’essere pensante, per dirla in poche parole, si differenzia dalle altre specie animali in virtù del fatto che è in grado di operare delle elaborazioni complesse conseguenti agli stimoli ambientali. Non reagisce esclusivamente per istinto, opera le sue scelte in seguito a un accurato lavoro mentale di selezione e discriminazione degli stimoli, che prende il nome di elaborazione cognitiva. I nostri gusti, le nostre abitudini, i nostri giudizi derivano da questo sorprendente processo di selezione e di valutazione di ciò che l’ambiente in cui viviamo ci propone. Persino la nostra soggettività dipende da questo “filtro” mentale che gli psicologi chiamano valutazione cognitiva. In sostanza, è il modo in cui valutiamo il mondo a renderci unici. D’innanzi a un paesaggio, a un quadro o a una scena di vita, non ci comportiamo tutti allo stesso modo. Ognuno di noi reagisce in base a come valuta ciò che vede. Le emozioni generate da un film, per esempio, sono diverse da individuo a individuo e sono determinate dalla valutazione cognitiva di quanto osservato. Vengo al dunque. Noi non valutiamo solo l’ambiente circostante, valutiamo anche noi stessi. Le nostre azioni e anche i nostri pensieri sono costantemente sotto osservazione, sono continuamente sotto la lente del giudizio personale. Un giudizio, a volte positivo altre negativo, che ci influenza più o meno profondamente e che determina le nostre scelte. Si può dunque affermare che ciò che definisce il nostro modo di essere è determinato dal modo in cui valutiamo noi stessi e l’ambiente in cui viviamo.</p>
<p>E il monopattino? Il monopattino, o meglio la giovane madre pattinatrice di cui vi ho parlato, ci porta, a parer mio, un grande insegnamento. Nella società in cui viviamo, sono presenti una serie di codici formali di comportamento, più o meno espliciti, che inevitabilmente influenzano il nostro modo di comportarci e i giudizi relativi a ciò che riteniamo “adeguato” o “non adeguato”. Provate a pensare a quante volte vi sarà capitato di dire: “Guarda quel tizio com’è conciato”. Oppure di pensare: “Quella è folle”. Che questo avvenga è assolutamente normale. Come vi dicevo, le opinioni nei confronti di ciò che ci circonda fanno parte di noi, della costante valutazione mentale degli eventi. Tuttavia, quello che spesso ci sfugge, è che possiamo modificare il nostro modo di vedere il mondo. Come? Attraverso la modificazione del filtro con cui osserviamo la realtà: la valutazione cognitiva. La mamma sul monopattino è un esempio lampante di come si possa operare un cambiamento di valutazione di se stessi. Anche lei, infatti, come ognuno di noi è avvolta nella rete dei codici formali di comportamento. Anche lei è soggetta al conflitto interiore che spesso avvertiamo quando vorremmo fare qualcosa, ma immediatamente la giudichiamo “inadeguata” e optiamo per qualcos’altro che riteniamo più consono al “codice”. È una cosa che conosciamo molto bene. Eppure molti di noi, d’innanzi all’immagine della madre pattinatrice, divengono miopi. Oscurano tale consapevolezza e danno un giudizio superficiale: “Quella donna sul monopattino è una madre immatura, dovrebbe insegnare l’educazione ai suoi figli”. Pochi di noi fanno uno sforzo in più. Rari sono coloro che cercano di modificare la propria valutazione cognitiva degli eventi a favore di una rappresentazione della realtà meno soggettiva e, soprattutto, maggiormente funzionale alla socialità. Se provate a pensarci, vi renderete facilmente conto di quanto siamo quotidianamente soggetti ad attribuzioni di giudizio affrettate, che spesso ci restituiscono una visione del mondo negativa o quantomeno soggettivamente distorta a favore di ciò che noi riteniamo corretto e a sfavore del comportamento altrui. E questo pensate che ci aiuti a vivere meglio? Affatto! Quest’atteggiamento mentale, spesso automatico e poco consapevole, ci aiuta solamente a creare una distanza dall’altro. Agevola l’istituzione di barriere sempre più spesse verso la differenza, che ci isolano a difesa della nostra soggettività e ci impediscono di cogliere la ricchezza nella modalità d’espressione dell’altro. Devo ammettere che quest’atteggiamento, rispetto a qualche anno fa, è meno radicato. Oggi il desiderio di socialità e di libertà d’espressione sta spodestando la ristrettezza mentale e la diffusione di rigidi e acritici pregiudizi, tuttavia, se vi guardate bene attorno, potete costatare, nello sguardo giudicante e nelle espressioni di disgusto palesati quotidianamente in ogni contesto d’interazione sociale, come il nostro modo di valutare l’altrui espressione sia ben lungi dall’essere evoluto. C’è ancora molto “io” e poca apertura al “noi”. Ma se osserviamo più attentamente, qualche pioniere c’è. Un individuo giocoso che, partendo da se stesso, ha sconfitto il giudizio stereotipato a favore di un’espressività libera e socievole, un modo di comportarsi che non nuoce a nessuno ma reca gioia a sé e a chi lo osserva, sta lanciando il suo monopattino per le vie di Milano. Una donna coraggiosa, che ha deciso di cambiare la valutazione cognitiva di se stessa e di regalarci un prezioso insegnamento: se infrangiamo le nostre barriere difensive e mettiamo in discussione il nostro modo di vedere noi stessi e l’ambiente in cui viviamo, ci possiamo stupire di quanta luce ci sia dietro i muri del giudizio negativo. La giovane madre sul monopattino è uscita da casa per portare i figli a scuola, come molti di noi, ma è riuscita a fare qualcosa in più: l’ha fatto divertendosi! E dal suo monopattino ci ha lanciato un messaggio meraviglioso: “oggi mi diverto portando i miei figli a scuola”.</p>
<p>Ma sapete qual è la cosa veramente interessante? La madre pattinatrice, essere evoluto e luminoso, non è sola. Ce ne sono molti altri …</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Paolo Caselli – lo psicologo non convenzionale</em></p>
<p>Immagine: Krzysztof Musiał, <em>Frammenti con monopattino&#8230;</em></p>
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		<title>I neuroni specchio e il mito di Aristofane: il simposio dell’altruismo.</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jan 2015 09:04:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Caselli]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Dunque al desiderio e alla ricerca dell&#8217;intero si dà nome amore” Platone, Simposio, 192e-193a, trad. it. Franco Ferrari Vi starete chiedendo cos’hanno in comune i neuroni specchio e il mito di Aristofane. Più di quanto possiate immaginare. Ma facciamo una piccola premessa: ho deciso di parlare dei neuroni specchio in relazione al tema dell’altruismo perché]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>“Dunque al desiderio e alla ricerca dell&#8217;intero si dà nome amore” </em></p>
<p style="text-align: right;">Platone, <em>Simposio</em>, 192e-193a, trad. it. Franco Ferrari</p>
<p>Vi starete chiedendo cos’hanno in comune i neuroni specchio e il mito di Aristofane. Più di quanto possiate immaginare. Ma facciamo una piccola premessa: ho deciso di parlare dei neuroni specchio in relazione al tema dell’altruismo perché recentemente, navigando tra le intriganti condivisioni di Facebook, mi sono imbattuto in alcuni filmati decisamente interessanti, in cui alcuni individui si prodigavano nel compiere una buona azione verso un’altra persona. Nulla di eclatante, un semplice gesto di altruismo svolto nella routine della quotidianità – tipo aiutare un anziano ad attraversare la strada o arrestare la corsa della propria automobile per permettere a un pedone di poter oltrepassare la carreggiata – che però, e questo è il focus del movie, si rivela estremamente utile per la collettività poiché genera un effetto a cascata provocato dalla contagiosa imitazione del gesto positivo. Nel video si metteva in evidenza questa sorprendente dinamica imitativa dove, per esempio, l’edicolante, osservando il ragazzo che aiuta l’anziano ad attraversare la strada, viene stimolato a imitare il gesto altruistico e, dopo breve tempo, si ritrova protagonista di un gesto positivo raccogliendo una banconota caduta dalle tasche di un passante e restituendola al legittimo proprietario. In sostanza, ciò che mette in evidenza l’interessante cortometraggio altro non è se non che una buona azione genera effetti sociali positivi, a causa del fatto che stimola chi la osserva ad imitarla. E cosa c&#8217;entrano i neuroni specchio? C&#8217;entrano eccome!</p>
<p>I neuroni specchio sono cellule del nostro sistema nervoso, scoperte tra gli anni ’80 e gli anni ’90, localizzate in alcune zone chiave del cervello deputate alla produzione del movimento, alla percezione e alla capacità umana di cogliere i sentimenti altrui e le intenzioni, oltre che di usare il linguaggio. La peculiarità di questi neuroni risiede nel fatto che essi si attivano non solo quando eseguiamo un’azione, ma anche quando semplicemente osserviamo altre persone compierla.  Per l’essere umano, che è una specie sociale, queste cellule rappresentano un vantaggio evolutivo enorme. La capacità di apprendere alcuni comportamenti o di comprendere e assimilare alcune espressioni attraverso la semplice osservazione dell’altro è resa, infatti, possibile dal sorprendente funzionamento dei neuroni specchio. Ne sono una prova evidente i neonati che, poche ore dopo la nascita, sono già in grado di riprodurre i movimenti della bocca e del volto degli adulti che li osservano. Ma il vantaggio evolutivo non consiste esclusivamente nelle capacità di apprendimento, risiede anche nel fatto che queste cellule sono alla base della formazione dell’empatia e dell’altruismo. Consentendoci di apprendere attraverso l’imitazione dell’altro, di rispecchiarci nel modo di esprimersi dell’altro, ci predispongono alla relazione sociale e alla condivisione emotiva. È stato dimostrato che quando osserviamo l’espressione facciale di un altro che esibisce un determinato stato affettivo, come la gioia o il disgusto, tale emozione viene automaticamente ricostruita nel nostro cervello, e perciò anche da noi esperita, condivisa! Le emozioni dell’altro, dunque, influenzano il nostro modo di sentire, ed essendo istintivamente predisposti all’attrazione verso l’altro, potete comprendere la risonanza di quanto affermato. L’essere umano, infatti, è predisposto fin dalla nascita alla relazione con l’altro. È geneticamente portato all’osservazione dell’altro e alla ricerca dell’altro, poiché solo attraverso la relazione, prima fra tutte quella con la mamma, ma non meno importanti quelle successive, sopravvive, assimila, apprende e si sviluppa.</p>
<p>E qui entra in gioco Aristofane. Nel Simposio di Platone, Aristofane narra il mito delle metà, secondo cui nell’antichità gli uomini erano esseri perfetti, unità indistinte che possedevano la pluralità sessuale e non avevano bisogno d’altro se non di se stessi. Tale perfezione e superbia attirarono la collera di Zeus, che per indebolire gli esseri umani decise di dividerli, di separare l’unità perfetta in parti imperfette. Ed è da quel momento che essi sono alla ricerca della loro antica unità, sono, per dirlo con le parole di Aristofane, in perenne ricerca della propria metà. Nel Simposio di Platone, dunque, Aristofane anticipa quella che oggi è un’evidenza scientifica: l’essere umano è attratto dai suoi simili. Ma noi oggi sappiamo di più. Sappiamo che non solo l’uomo è attratto dall’altro ma è costantemente influenzato dai comportamenti e dalle emozioni dell’altro. I neuroni specchio, le preziose cellule del nostro sistema nervoso di cui abbiamo parlato, si attivano ogniqualvolta osserviamo un altro essere umano compiere un’azione o esperire un’emozione. E siccome viviamo in un contesto sociale in cui le interazioni con i nostri simili sono molteplici e quotidiane, potete facilmente comprendere quanto l’influenza dell’atro sia presente nella nostra vita. Con questo non voglio certamente affermare che siamo come dei robottini che imitano costantemente l’agire altrui. Ovviamente ognuno di noi filtra la realtà attraverso la propria personalità e ha un proprio modo di assimilare e di reagire agli stimoli. Tuttavia, l’elaborazione personale è secondaria. Il primo attore sulla scena quando osserviamo i nostri simili è il neurone specchio, che si attiva ogniqualvolta osserviamo un’azione o un’emozione, facendoci entrare in sintonia emotiva con quanto osservato. Come mostra l’interessante video su Facebook di cui vi ho parlato, assistere a una buona azione, ad un atto di altruismo, ci predispone e ci stimola a compiere a nostra volta un gesto positivo nei confronti dell’altro. Pensiamoci quando usciamo da casa alla mattina perché, e lo dico a costo di apparire scontato, un sorriso non costa nulla, ma può essere contagioso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Paolo Caselli &#8211; lo psicologo non convenzionale</em></p>
<p>Immagine: Jacques-Louis David, <em>Belisario chiede l&#8217;elemosina, </em>1781. Palais des Beaux-Arts de Lille.</p>
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