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	<title>Paolo Caselli &#187; Milano</title>
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	<description>Psicologia dello Sport e Mental Training - Pavia</description>
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		<title>Cosa c’entra il Mental Coach con la terapia del dolore pelvico?</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2016 14:23:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Qui di seguito il link dell&#8217;articolo che ho scritto per far luce sul ruolo del Mental Coach all&#8217;interno dello staff medico del centro di medicina integrativa funzionale Malaguti &#38; Lamarche di Milano: &#160; http://www.malagutilamarche.it/2016/01/cosa-centra-il-mental-coach-con-la-terapia-del-dolore-pelvico/ &#160; Dott. Paolo Caselli &#8211; lo psicologo non convenzionale ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Qui di seguito il link dell&#8217;articolo che ho scritto per far luce sul ruolo del Mental Coach all&#8217;interno dello staff medico del centro di medicina integrativa funzionale Malaguti &amp; Lamarche di Milano:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.malagutilamarche.it/2016/01/cosa-centra-il-mental-coach-con-la-terapia-del-dolore-pelvico/">http://www.malagutilamarche.it/2016/01/cosa-centra-il-mental-coach-con-la-terapia-del-dolore-pelvico/</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Dott. Paolo Caselli &#8211; lo psicologo non convenzionale </em></p>
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		<title>EXPO, nutrizione e mente: piacere del cibo o abbuffate compensatorie?</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Oct 2015 08:47:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Caselli]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Expo 2015 sta volgendo al termine. Negli ultimi mesi è stato l’indiscusso protagonista della scena italiana con i suoi maestosi padiglioni e con il suo slogan eloquente: Nutrire il pianeta. Energia per la vita. L&#8217;alimentazione, la nutrizione, riguardano ovviamente tutti noi, tutto il pianeta &#8220;uomo&#8221;. C&#8217;è un aspetto, però, nella nostra alimentazione che più di]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Expo 2015 sta volgendo al termine. Negli ultimi mesi è stato l’indiscusso protagonista della scena italiana con i suoi maestosi padiglioni e con il suo slogan eloquente: <em>Nutrire il pianeta. Energia per la vita</em>.</p>
<p>L&#8217;alimentazione, la nutrizione, riguardano ovviamente tutti noi, tutto il pianeta &#8220;uomo&#8221;. C&#8217;è un aspetto, però, nella nostra alimentazione che più di ogni altro ci accomuna e che ci rende unici rispetto alle altre specie animali. Sapete qual è? La mente.<br />
Le nostre facoltà mentali ci consentono di rapportarci al cibo non solo in relazione al bisogno fisiologico dell&#8217;alimentazione. Se ci pensate, nei paesi economicamente sviluppati, la maggior parte dei pasti non viene consumato in relazione al bisogno di alimentarsi. Il desiderio di provare piacere con qualcosa di gustoso, la necessità di socializzare attraverso momenti conviviali, la spinta creativa che ci porta a sperimentarci in cucina alla ricerca di nuovi sapori, sono tutti aspetti che fanno parte di noi, del nostro essere mentali, e che ci portano a relazionarci al cibo trascendendo la mera componete del bisogno. E fin qui tutto scorre nel senso del piacere e del benessere. Sfortunatamente, però, il piacere non è l&#8217;unico attore che si affaccia sulla scena dell&#8217;alimentazione umana. Il cibo è spesso utilizzato come mezzo di contrasto di emozioni sgradevoli. Il senso di solitudine, gli stati d&#8217;ansia, la tristezza  e molte altre sfumature emotive vengono spesso gestite attraverso uno scorretto rapporto con il cibo. L&#8217;espressione &#8220;fame nervosa&#8221; è divenuta oggi alquanto famigliare. Ecco che il cibo, elevato dalle facoltà mentali  a portatore di piacere diviene, a causa delle stesse, strumento per contrastare il dispiacere. La gioia della tavola lascia spazio alle abbuffate compensatorie, che si rivelano dannose per il corpo, ma anche per la mente, poiché ci restituiscono un senso d&#8217;insoddisfazione generale sul nostro modo di essere. Ma come possiamo gestire questo impulso, che spesso avvertiamo come automatico e al di fuori del nostro controllo? La risposta è semplice. Dobbiamo prenderci cura di noi.<br />
La nostra mente, le nostre emozioni, così come il nostro corpo, vanno nutrite. E, come abbiamo visto, il nutrimento per l&#8217;uomo non consiste esclusivamente nel soddisfacimento del bisogno. Abbiamo bisogno anche di altro. La nostra mente è come il cibo. Se si desidera mangiare in modo sano occorre dare considerazione a ciò che si mangia e al modo in cui lo si mangia. Allo stesso modo, se si desidera raggiungere un benessere psicologico soddisfacente è necessario avere consapevolezza di ciò che desideriamo e di ciò che temiamo. Le nostre emozioni, che spesso ci spingono ad alimentarci in modo frenetico e nervoso, sono lo specchio del rapporto con noi stessi. Un rapporto di cui bisogna prendersi cura se si vuole raggiungere una piacevole armonia. Come? Con i giusti strumenti, attraverso un opportuno training mentale che ci porti ad accrescere la consapevolezza di noi stessi e a migliorare la visione che abbiamo di noi. Solo così, coltivando la propria interiorità, si possono raccogliere frutti sani e nutrirsi con piacere. Riflettiamoci. L&#8217;EXPO 2015 ci sta salutando, ma l&#8217;&#8221;energia per la vita&#8221; è sempre alle porte. Cosa vogliamo portare sulla nostra tavola?</p>
<p>Una cosa è certa: se non volgiamo abbuffarci nervosamente dobbiamo nutrire anche la nostra mente!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Dott. Paolo Caselli &#8211; lo psicologo non convenzionale</em></p>
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		<title>L’emozione continua: 3 medaglie d’oro e 2 d’argento</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Aug 2015 10:41:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Caselli]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo la splendida prestazione del mondiale che lo ha inserito nel girone dei più forti al mondo con il 7° miglior tempo, Edoardo Chierini ha lasciato la sua impronta anche ai Campionati Italiani che si sono conclusi ieri all’Idroscalo di Milano.  E che impronta! Ha gareggiato in 5 differenti specialità conquistando in ognuna i gradini più alti del podio. Più precisamente: ha conquistato la medaglia d’argento nel K4 1000, la medaglia d’oro e il titolo di campione italiano 2015 nel K1 500, l’oro nel K4 200, l’oro nel K2 200 e infine ha concluso con una medaglia d’argento nel K1 200. Cosa dire? Chapeau!</p>
<p>La cosa più sorprendente non sta solo nel fatto che è stato eccellente in ogni disciplina in cui ha gareggiato, ma, soprattutto,  nell’essere riuscito a mantenere un rendimento costante nonostante il gran numero di gare disputate nei tre giorni in cui si sono svolti i campionati. Dovete sapere che ai Campionati Italiani ogni atleta deve affrontare, per ogni disciplina in cui gareggia, la gara di qualificazione, la semifinale e infine, se le prime hanno esito positivo, la finale. Questo implica che se un atleta, il primo giorno dei campionati, gareggia in una disciplina e l’esito delle prime gare è buono, dovrà disputare 3 gare in un giorno. I successivi due giorni dovrà affrontare le medesime fatiche in relazione alle discipline in cui si cimenta. E se all’ultimo giorno dei campionati, con alle spalle le gare affrontate nei giorni precedenti, l’atleta, come nel caso di Edoardo, è iscritto a tre discipline differenti? Fate voi i conti! Vi dico questo, non solo per elogiare le sorprendenti doti atletiche di Edoardo, ma anche per farvi capire quanto lavoro fisico e mentale deve sostenere un atleta a certi livelli. Quando li vediamo sul campo di gara, agili e potenti, ci sembra tutto semplice. Fanno volteggiare la loro pagaia con eleganza e la barca sembra slittare sull’acqua con estrema facilità. Ma nulla è semplice! Un atleta deve affrontare mesi di duri allenamenti e lavorare con disciplina cercando di coniugare i vari impegni della vita con la dura legge dello sport. E il giorno della gara deve confrontarsi con la fatica fisica e con quella mentale. Anche mentalmente, infatti, il bagaglio dell’atleta è tutt’altro che leggero. Le aspettative personali, le pressioni degli allenatori e delle federazioni, il desiderio di riuscita, il timore di deludere le persone che credono in loro, il sapore della competizione, sono solo alcune delle variabili che un atleta di livello nazionale deve affrontare e sostenere nel tempo.</p>
<p>Se iniziamo a guardarla da questa prospettiva, in modo un po’ meno superficiale, possiamo renderci conto di quanto sia straordinaria l’impresa di Edoardo. Con alle spalle un Campionato del Mondo, affrontato soltanto una settimana prima, si è imposto ai Campionati Italiani dimostrando un’eccellente forza fisica e mentale ed emozionando tutti coloro che, come me, hanno avuto il piacere di assistere alla sua impresa. Che dire di più? Complimenti campione!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Dott. Paolo Caselli – lo psicologo non convenzionale</em></p>
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		<title>Time 35.221: grazie Edoardo!</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Aug 2015 10:56:49 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Si è concluso ieri all’Idroscalo di Milano il campionato del mondo di Canoa. 101 nazioni presenti con un totale di 1700 atleti schierati in rappresentanza della propria bandiera. Non mi dilungo nella descrizione delle numerose sensazioni che il mondo dello sport ci regala costantemente, arrivo subito al dunque parlandovi della grande emozione che mi ha regalato uno degli atleti in gara che ho seguito personalmente in questa splendida competizione: Edoardo Chierini. Classe 1990, Edoardo ha fatto risplendere il tricolore con le sue straordinarie perfomance nella disciplina K1 200m. Dopo un sorprendente secondo posto nella gara di qualificazione, ha emozionato il pubblico con un tempo eccezionale nella semifinale! 35.221 è il tempo con cui Edoardo ha tagliato il traguardo nella semifinale del <a href="http://www.milanworldcanoesprint.com" target="_blank">Canoe Sprint World Championship</a> piazzandosi al 3° posto e guadagnando il 7° miglior tempo del mondo! Nello sport, come nella vita, ci vuole un pizzico di fortuna. Edoardo non ne ha avuta molta; ha mancato la qualificazione alla finale A e alle Olimpiadi 2016 per 5 centesimi di secondo. Se avesse gareggiato nella batteria precedente con il suo tempo sarebbe arrivato 1° e sarebbe passato direttamente in finale A traghettando la sua barca verso i campionati olimpici in Brasile. Ma non è andata così! Questo è lo sport! Questa è la vita! Non sempre il vento gira a tuo favore e questo Edoardo lo sa perché è un atleta! Alla fine della gara mi ha guardato e mi ha detto: “al di là di tutto, sono soddisfatto perché ho fatto una buona gara e mi sono divertito!”  Quando ho sentito queste parole mi sono emozionato. Ho provato un insieme di sensazioni positive, un amalgama di stima, soddisfazione e rispetto. Mi sono sentito più ricco e felice di essere al suo fianco e di viere quel momento. Nelle parole di Edoardo, che sono la dimostrazione della sua sorprendente forza mentale, c’è racchiuso un insegnamento prezioso per tutti noi: non è importante quale traguardo o riconoscimento si raggiunga, quando ci si impegna a fondo e si lotta per ciò in cui si crede, si guadagna sempre qualcosa! Edoardo ha guadagnato la sua grande soddisfazione personale e l’oggettiva consapevolezza di appartenere al girone dei giganti, di essere tra i primi dieci al mondo, ed io ho guadagnato l’inestimabile soddisfazione di essere al suo fianco mentre, pagaiata dopo pagaiata, scriveva un pezzo della sua gloria atletica. Cosa dire di più? Grazie Edoardo!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Dott. Paolo Caselli – lo psicologo non convenzionale</em></p>
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		<title>Raccontarsi a suon di passi: il potere terapeutico del camminare</title>
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		<pubDate>Tue, 19 May 2015 15:21:51 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Camminare è un gesto semplice, automatico, eppure, come denuncia l’organizzazione mondiale della sanità, siamo sempre più statici. In un pianeta in cui le tecnologie e i comfort ovattano la nostra esistenza, sono sempre più rari i momenti in cui ci concediamo di fare quattro passi. Ciò che ci sfugge non è solamente il tempo da dedicare all’atto del camminare, ma la consapevolezza di quanto, tale semplice gesto, sia positivo per il nostro benessere fisico e psicologico. Ce lo insegna la storia: siamo nati per camminare. L’intera evoluzione dell’uomo si è edificata sulla possibilità di spostarsi nello spazio per lunghe distanze, alla conquista di nuovi territori da esplorare. Ma c’è qualcosa in più rispetto al semplice spostarsi. Camminando si entra in contatto con se stessi. Il ritmico alternarsi dei piedi, l’accellerazione del battito cardiaco, l’aumento della frequenza respiratoria e dell’ossigeno nel sangue, sono le condizioni che rendono possibile il raggiungimento di uno stato psicofisiologico ottimale per sentirsi, per entrare in sintonia con il corpo e con la mente. Fateci caso. Senza citare i numerosi artisti e filosofi che hanno attribuito all’arte del camminare un potere illuminante, potete constatare personalmente, attinggendo nelle stanze dei vostri ricordi, quanto una semplice passeggiata caratterizzi i momenti piacevoli, attimi carichi di emozioni positive. Già! Non è un caso che all’atto del camminare si associno condizioni psicologiche piacevoli. Come vi dicevo, fare quattro passi stimola la variazione di alcuni indici fisiologici, tra cui l’aumento di ossigeno nel sangue, che creano le condizioni ideali per l’aumento del pensiero creativo e l’espressione di emozioni positive. E se ai quattro passi aggiungiamo il parlare di sé? La risposta è semplice: si sperimenta il potere terapeutico del camminare.<br />
Questa consapevolezza mi ha portato a introdurre, tra le attività che svolgo, un nuovo metodo di lavoro:<b> <i>la consulenza psicologica itinerante</i></b>. Ho pensato, sulla scia di tali consapevolezze, di fornire alle persone che svolgono un percorso con me l&#8217;opportunità di sperimentare un nuovo modo di raccontarsi. La consulenza psicologica itinerante sovverte lo schema classico del setting psicologico; si passa da una posizione statica a una dinamica e si creano le condizioni per entrare in contatto con se stessi in modo fluido e spontaneo. I risultati? Decisamente positivi! Un passo dopo l&#8217;altro la persona esprime le sue emozioni e interagisce con me avvolta da un armonico ritmo, generato dall&#8217;andatura del cammino. Le tensioni si sciolgono e il dialogo scorre in modo naturale. È come se, attraverso la spontaneità di un gesto automatico e famigliare, le catene del controllo mentale si allentassero lasciando libero il soggetto di esprimere i propri sentimenti. Se ci pensate, è curioso: la complessità delle sovrastrutture psichiche viene inibita da una semplice e basica azione motoria. Parlare di se stessi mentre si cammina sembra più semplice, più naturale.<br />
E allora, perché no? Raccontiamoci a suon di passi &#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Paolo Caselli &#8211; lo psicologo non convenzionale</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;insegnamento del monopattino</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Feb 2015 10:20:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Due bambini, una giovane madre e tre monopattini. Questo ludico terzetto mi è balzato agli occhi alcuni giorni fa mentre stavo guidando la mia automobile per le vie di Milano. Erano all’incirca le otto e un quarto del mattino quando la mia attenzione è stata catturata da questa affascinate scena di vita: una mamma sorridente]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Due bambini, una giovane madre e tre monopattini. Questo ludico terzetto mi è balzato agli occhi alcuni giorni fa mentre stavo guidando la mia automobile per le vie di Milano. Erano all’incirca le otto e un quarto del mattino quando la mia attenzione è stata catturata da questa affascinate scena di vita: una mamma sorridente inseguiva i suoi figli conducendo energicamente un monopattino. Ovviamente i bambini, nonostante indossassero lo zaino di scuola, si destreggiavano abilmente e costringevano la giovane donna a faticare per tenere il passo. Attorno a loro il traffico milanese creava una cornice di rumori e frenesia, ma l’energia vitale che sprizzava dai volti dei tre intrepidi pattinatori sembrava isolarli da tutto il resto. A questo punto vi starete probabilmente chiedendo dove voglio arrivare. Tuttavia, prima di giungere al dunque, devo fare un’inevitabile premessa che ci porta all’interno dei processi di pensiero del genere umano: le facoltà cognitive.</p>
<p>L’essere pensante, per dirla in poche parole, si differenzia dalle altre specie animali in virtù del fatto che è in grado di operare delle elaborazioni complesse conseguenti agli stimoli ambientali. Non reagisce esclusivamente per istinto, opera le sue scelte in seguito a un accurato lavoro mentale di selezione e discriminazione degli stimoli, che prende il nome di elaborazione cognitiva. I nostri gusti, le nostre abitudini, i nostri giudizi derivano da questo sorprendente processo di selezione e di valutazione di ciò che l’ambiente in cui viviamo ci propone. Persino la nostra soggettività dipende da questo “filtro” mentale che gli psicologi chiamano valutazione cognitiva. In sostanza, è il modo in cui valutiamo il mondo a renderci unici. D’innanzi a un paesaggio, a un quadro o a una scena di vita, non ci comportiamo tutti allo stesso modo. Ognuno di noi reagisce in base a come valuta ciò che vede. Le emozioni generate da un film, per esempio, sono diverse da individuo a individuo e sono determinate dalla valutazione cognitiva di quanto osservato. Vengo al dunque. Noi non valutiamo solo l’ambiente circostante, valutiamo anche noi stessi. Le nostre azioni e anche i nostri pensieri sono costantemente sotto osservazione, sono continuamente sotto la lente del giudizio personale. Un giudizio, a volte positivo altre negativo, che ci influenza più o meno profondamente e che determina le nostre scelte. Si può dunque affermare che ciò che definisce il nostro modo di essere è determinato dal modo in cui valutiamo noi stessi e l’ambiente in cui viviamo.</p>
<p>E il monopattino? Il monopattino, o meglio la giovane madre pattinatrice di cui vi ho parlato, ci porta, a parer mio, un grande insegnamento. Nella società in cui viviamo, sono presenti una serie di codici formali di comportamento, più o meno espliciti, che inevitabilmente influenzano il nostro modo di comportarci e i giudizi relativi a ciò che riteniamo “adeguato” o “non adeguato”. Provate a pensare a quante volte vi sarà capitato di dire: “Guarda quel tizio com’è conciato”. Oppure di pensare: “Quella è folle”. Che questo avvenga è assolutamente normale. Come vi dicevo, le opinioni nei confronti di ciò che ci circonda fanno parte di noi, della costante valutazione mentale degli eventi. Tuttavia, quello che spesso ci sfugge, è che possiamo modificare il nostro modo di vedere il mondo. Come? Attraverso la modificazione del filtro con cui osserviamo la realtà: la valutazione cognitiva. La mamma sul monopattino è un esempio lampante di come si possa operare un cambiamento di valutazione di se stessi. Anche lei, infatti, come ognuno di noi è avvolta nella rete dei codici formali di comportamento. Anche lei è soggetta al conflitto interiore che spesso avvertiamo quando vorremmo fare qualcosa, ma immediatamente la giudichiamo “inadeguata” e optiamo per qualcos’altro che riteniamo più consono al “codice”. È una cosa che conosciamo molto bene. Eppure molti di noi, d’innanzi all’immagine della madre pattinatrice, divengono miopi. Oscurano tale consapevolezza e danno un giudizio superficiale: “Quella donna sul monopattino è una madre immatura, dovrebbe insegnare l’educazione ai suoi figli”. Pochi di noi fanno uno sforzo in più. Rari sono coloro che cercano di modificare la propria valutazione cognitiva degli eventi a favore di una rappresentazione della realtà meno soggettiva e, soprattutto, maggiormente funzionale alla socialità. Se provate a pensarci, vi renderete facilmente conto di quanto siamo quotidianamente soggetti ad attribuzioni di giudizio affrettate, che spesso ci restituiscono una visione del mondo negativa o quantomeno soggettivamente distorta a favore di ciò che noi riteniamo corretto e a sfavore del comportamento altrui. E questo pensate che ci aiuti a vivere meglio? Affatto! Quest’atteggiamento mentale, spesso automatico e poco consapevole, ci aiuta solamente a creare una distanza dall’altro. Agevola l’istituzione di barriere sempre più spesse verso la differenza, che ci isolano a difesa della nostra soggettività e ci impediscono di cogliere la ricchezza nella modalità d’espressione dell’altro. Devo ammettere che quest’atteggiamento, rispetto a qualche anno fa, è meno radicato. Oggi il desiderio di socialità e di libertà d’espressione sta spodestando la ristrettezza mentale e la diffusione di rigidi e acritici pregiudizi, tuttavia, se vi guardate bene attorno, potete costatare, nello sguardo giudicante e nelle espressioni di disgusto palesati quotidianamente in ogni contesto d’interazione sociale, come il nostro modo di valutare l’altrui espressione sia ben lungi dall’essere evoluto. C’è ancora molto “io” e poca apertura al “noi”. Ma se osserviamo più attentamente, qualche pioniere c’è. Un individuo giocoso che, partendo da se stesso, ha sconfitto il giudizio stereotipato a favore di un’espressività libera e socievole, un modo di comportarsi che non nuoce a nessuno ma reca gioia a sé e a chi lo osserva, sta lanciando il suo monopattino per le vie di Milano. Una donna coraggiosa, che ha deciso di cambiare la valutazione cognitiva di se stessa e di regalarci un prezioso insegnamento: se infrangiamo le nostre barriere difensive e mettiamo in discussione il nostro modo di vedere noi stessi e l’ambiente in cui viviamo, ci possiamo stupire di quanta luce ci sia dietro i muri del giudizio negativo. La giovane madre sul monopattino è uscita da casa per portare i figli a scuola, come molti di noi, ma è riuscita a fare qualcosa in più: l’ha fatto divertendosi! E dal suo monopattino ci ha lanciato un messaggio meraviglioso: “oggi mi diverto portando i miei figli a scuola”.</p>
<p>Ma sapete qual è la cosa veramente interessante? La madre pattinatrice, essere evoluto e luminoso, non è sola. Ce ne sono molti altri …</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Paolo Caselli – lo psicologo non convenzionale</em></p>
<p>Immagine: Krzysztof Musiał, <em>Frammenti con monopattino&#8230;</em></p>
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